Tra legalità e vivibilità: una riflessione sulla sicurezza negli spazi urbani ad alto flusso

Pubblicato il 8 aprile 2026 alle ore 11:22

Analisi della divergenza tra sicurezza reale e percepita nei nodi urbani ad alto flusso, integrando i classici della sociologia con le recenti evoluzioni normative. Il contributo cerca di mettere in luce come necessiti un bilanciamento tra la repressione della "gramigna" criminale e la tutela della marginalità sociale, passando per il presidio e la cura degli spazi urbani

Parlare di sicurezza urbana oggi significa immergersi in un concetto che è molto più della semplice assenza di reati; si tratta di un bene pubblico multidimensionale che tocca la radice stessa della nostra convivenza. Se guardiamo alle nostre città, la distinzione tra l'ordine pubblico "classico" e la moderna sicurezza urbana si fa evidente. Da un lato abbiamo l'eredità di Thomas Hobbes (1588–1679), che nel suo contratto sociale vedeva lo Stato come il garante supremo dell'integrità fisica contro il caos; dall'altro, la visione più contemporanea di Rossella Selmini (cfr. Dalla sicurezza urbana al controllo del disordine, Carocci Editore, Roma, 2020), per la quale la sicurezza abita la quotidianità e si misura sulla qualità della vita e sulla riduzione del degrado.

 

Il peso della percezione e il vuoto dell'anomia

Esiste un divario profondo, quasi un abisso psicologico, tra la fredda statistica e l'esperienza del cittadino. È la distinzione — meglio sarebbe dire la frattura — tra la sicurezza reale, ovvero l'insieme dei reati registrati analizzati per esempio da Marzio Barbagli (Immigrazione e criminalità in Italia, Il Mulino, Bologna, 2002), e la sicurezza percepita. Quest'ultima è un sentimento psicosociale complesso, spesso del tutto slegato da quanto riportato quotidianamente nei bollettini informativi delle Questure.

Mentre la sicurezza oggettiva rincorre i numeri delle denunce, quella percepita si nutre di un profondo senso di anomia. Riprendendo la lezione di Émile Durkheim (cfr. De la division du travail social, Alcan, Parigi, 1893; tr. it. La divisione del lavoro sociale, a cura di F. Ferrarotti, Edizioni di Comunità, Milano, 1962), l’anomia si manifesta come una rottura dei legami e delle norme comuni. Nello spazio urbano, questa rottura non si traduce necessariamente in un crimine, ma in una sensazione di smarrimento: il cittadino percepisce che le regole della convivenza civile sono sospese.

In presenza di una finestra rotta o di un muro imbrattato, non percepiamo solo un danno estetico, ma un segnale di abbandono. Si tratta della celebre “teoria delle finestre rotte” di George L. Kelling (1935–2019) e James Q. Wilson (1931–2012; cfr. “Broken Windows: The police and neighborhood safety”, in The Atlantic Monthly, Boston, [USA] 1982; trad. it. “Finestre rotte. La polizia e la sicurezza del quartiere”, in: Polizia e società, a cura di M. Barbagli, Il Mulino, Bologna, 1990): il disordine visivo suggerisce che nessuno ha, di fatto, il controllo, invitando, quasi implicitamente, alla devianza. Come dimostrato da Wesley G. Skogan (cfr. Disorder and Decline: Crime and the Spiral of Decay in American Neighborhoods, Free Press, New York, [USA] 1990), il disordine comunica l'assenza di un "guardiano capace".

 

Stazioni, piazze e aeroporti: dove la marginalità incontra la "gramigna"

Le zone ad alto flusso — che si tratti dell'apertura caotica di una piazza, dei corridoi labirintici delle stazioni ferroviarie o dei terminal asettici degli aeroporti — costituiscono i teatri perfetti per le “attività routinarie” descritte da Lawrence E. Cohen e Marcus Felson (cfr. “Social Change and Crime Rate Trends: A Routine Activity Approach”, in American Sociological Review, Columbus, [USA] 1979; trad. it. “Mutamento sociale e criminalità: un’analisi delle attività quotidiane”, in L'analisi del reato, a cura di M. Barbagli, Il Mulino, Bologna, 1994). In questi spazi, l’incontro tra un autore di reato motivato e un bersaglio vulnerabile è reso sistematico dall’anonimato della folla e dalla transitorietà dei passanti.

Se nelle piazze e nelle stazioni il degrado è spesso visibile, negli aeroporti la vulnerabilità assume una forma più sottile: qui il viaggiatore, distratto dalle procedure o dalla fretta, diventa il bersaglio ideale per quella "gramigna" della micro-criminalità che si mimetizza tra i flussi costanti. In tutti questi contesti si osserva un fenomeno delicato: la sovrapposizione tra la grave marginalità sociale e le condotte predatorie. Spaccio, scippi e borseggi parassitano le zone d’ombra, mimetizzandosi tra chi vive ai margini per necessità o chi è semplicemente di passaggio.

È proprio in questi nodi urbani che il controllo sociale informale — quegli “occhi sulla strada” (“eyes on the street”) invocati da Jane Jacobs (1916-2006) (cfr. The Death and Life of Great American Cities, Random House, New York, [USA] 1961; trad. it. Vita e morte delle grandi città, a cura di G. Scattone, Einaudi, Torino, 1969) — tende a venire meno. Quando la sorveglianza naturale dei cittadini svanisce o viene delegata esclusivamente alle telecamere, si lascia il campo libero a chi sfrutta la fragilità e il disorientamento per scopi criminali, trasformando luoghi di connessione in zone di insicurezza percepita.

 

L'architettura delle regole: dal 2017 al “Pacchetto Sicurezza” 2026

La risposta normativa italiana ha cercato di rincorrere questa complessità. Tutto ha inizio con il “Decreto Minniti” (D.L. 14/2017), che ha elevato il "decoro" a pilastro della sicurezza, introducendo il DASPO Urbano come strumento per allontanare chi compromette la fruibilità dei luoghi pubblici. Questo sentiero si è fatto più stretto con il cosiddetto “Decreto Caivano” (D.L. 123/2023), che ha puntato i riflettori sui minorenni (dai 14 anni in su), estendendo i divieti alle aree scolastiche e della movida per recidere sul nascere l'influenza delle "baby gang".

L'approdo recente è segnato dagli interventi normativi del 2024-2026 (il cosiddetto "Pacchetto Sicurezza"): occupazioni e blocchi stradali diventano delitti penali, seguendo la logica della “scelta razionale” di Derek B. Cornish e Ronald V. Clarke (cfr. The Reasoning Criminal, Springer-Verlag, New York, 1986; tr. it. L'analisi del reato, Il Mulino, Bologna, 1994). L'idea è che un costo legale più alto scoraggi il reo. Eppure, bisogna d’altro canto fare attenzione a non scivolare in quella "punizione dei poveri" denunciata da Loïc Wacquant (1960-, cfr. Punishing the Poor, Duke University Press, 2009; tr. it.: Punire i poveri, DeriveApprodi, Roma, 2010): la sfida è estirpare la "gramigna criminale" senza calpestare chi è già schiacciato dalla marginalità.

 

La cura dello spazio come presidio di prevenzione

In definitiva, oggigiorno la sicurezza urbana e degli spazi affollati non può e non deve passare esclusivamente attraverso la sanzione o l'allontanamento forzato. Se è vero che le norme recenti offrono strumenti di risposta immediata alla "gramigna" criminale, la vera prevenzione, quella capace di durare nel tempo, abita nel concetto di “cura”.

Curare l'illuminazione pubblica, garantire la pulizia costante degli arredi e investire nella manutenzione non sono atti puramente estetici: significano sottrarre territorio all'illegalità, eliminando quelle zone d'ombra, fisiche e simboliche, dove il crimine predatorio trova il suo habitat naturale. Tuttavia, questa rigenerazione ambientale risulterebbe fragile senza il supporto di una deterrenza attiva e costante. La presenza visibile delle forze di polizia e delle realtà ad esse sussidiarie, l'impiego di sistemi avanzati di videosorveglianza non sono meri strumenti repressivi, ma componenti essenziali di un ecosistema sicuro: essi agiscono come moltiplicatori di fiducia, scoraggiando la scelta criminale e garantendo un intervento immediato laddove la prevenzione situazionale non sia sufficiente.

Una città e un luogo pubblico che si prendono cura dei propri spazi, anche attraverso il presidio fisico e tecnologico, comunicano ai propri cittadini e fruitori che lo Stato è presente e che il legame sociale non è spezzato, riducendo quel senso di anomia che alimenta la paura. In questo equilibrio tra fermezza normativa, deterrenza da parte delle autorità preposte e rigenerazione urbana, la sicurezza smette di essere un privilegio per pochi e diventa finalmente un patrimonio inclusivo, sicuro e pienamente fruibile per tutti.

Rigenerare i “non-luoghi” descritti da Marc Augé (1935–2023) (cfr. Non-Lieux. Introduction à une anthropologie de la surmodernité, Seuil, Parigi, [Francia] 1992; tr. it.: Nonluoghi. Introduzione a un'antropologia della surmodernità, a cura di D. Rolland, Elèuthera, Milano, 1993), siano essi stazioni degradate o terminal aeroportuali estranianti, significa trasformare spazi di puro transito in luoghi di relazione sociale. Quando una piazza torna a essere sentita come "casa" dalla collettività e non terra di nessuno, si riattiva la sorveglianza naturale dei cittadini. È in questa sintesi, dove la bellezza dell'architettura urbana incontra la forza della norma, l'efficacia del presidio delle Forze dell'Ordine e la sensibilità del sociale, che si gioca la vera partita per il diritto a una città sicura, inclusiva e pienamente fruibile per tutti.


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