L'articolo analizza le dinamiche di assoggettamento psicologico e il ruolo dei leader carismatici nei nuovi movimenti spirituali, muovendo da un recente caso giudiziario. Superando categorie imprecise o stigmatizzanti come "setta" e "plagio", lo studio mostra come la sudditanza si strutturi attraverso lo sfruttamento di fragilità personali, l'isolamento progressivo e l'innalzamento dei "costi in uscita". Si evidenzia così come la leadership arrivi a risemantizzare coercizioni e abusi sotto forma di purificazione spirituale, facendo leva sul diffuso e inappagato bisogno di senso e comunità della società contemporanea
📰 PER APPROFONDIRE I FATTI
Per resoconti giornalistici più dettagliati sul caso e sugli sviluppi investigativi, si rimanda a:
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Operazione Asmodeo: scoperta una comunità pseudospirituale in bassa valle di Susa – La Valsusa
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L'indagine sulla presunta "setta" ad Almese, in Val di Susa – Il Post
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Almese, l'operazione “Asmodeo” dei Carabinieri di Torino – L'Identità
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Violenze nella "setta" di Almese, i carabinieri: «Chi ha subìto abusi denunci i fatti» – Torino Cronaca
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Setta Almese: nuovi dettagli sull'indagine dei Carabinieri – Quotidiano Piemontese
1. Cronaca e anatomia dell'"Operazione Asmodeo" ad Almese (Torino)
L'emersione periodica di indagini giudiziarie riguardanti presunti "santoni" o "psico-sette" ripropone all'attenzione dell'opinione pubblica una complessa dialettica tra esigenze di repressione criminologica, tutela costituzionale della libertà religiosa e rigore concettuale delle scienze sociali. La vicenda scoppiata nell'ottobre 2026 con l'"Operazione Asmodeo" in Val di Susa offre un importante caso di studio per verificare come le categorie interpretative elaborate dalla sociologia delle religioni consentano di comprendere la dinamica interna di tali formazioni, evitando sia le scorciatoie del panico morale mediatico sia la sottovalutazione di reati gravemente lesivi della persona.
Il 1º ottobre 2026, i Carabinieri del Nucleo Investigativo di Torino, sotto la direzione della Procura della Repubblica guidata da Giovanni Bombardieri, hanno eseguito una misura cautelare in carcere a carico di Bruno Antonio Malatesta (59 anni), residente ad Almese (Torino). Noto sul web come insegnante di yoga, esperto di arti marziali, difesa personale e discipline bioenergetiche, Malatesta aveva incardinato la propria attività attorno alla Fondazione Fiore della Pace, insediata presso la residenza "I Pioppi" in frazione Milanere. Le imputazioni provvisorie avanzate dagli inquirenti spaziano dalla riduzione o mantenimento in schiavitù (art. 600 c.p.) alla violenza sessuale aggravata continuata (artt. 609-bis e 609-ter c.p.), estesa anche a condotte su minorenni all'epoca dei fatti, oltre ai delitti di maltrattamenti (art. 572 c.p.) e truffa aggravata ai danni dell'INPS per oltre 80.000 euro di pensione di invalidità percepita simulando una falsa paraplegia. Risultano inoltre indagati a piede libero tre collaboratori apicali: una "maestra" che si occupava di questioni logistiche e gestionali, una psicologa e un massoterapista.
L'organizzazione comunitaria era caratterizzata da una marcata discrepanza tra la facciata pubblica e la prassi interna. All'esterno, la struttura si accreditava come centro per la meditazione, il benessere e la difesa personale; all'interno, le adepte venivano sottoposte a una rigida disciplina "monastica", caratterizzata dall'assunzione di nomi sanscriti, l'uso di tuniche arancioni e la pronuncia di voti di povertà, castità e cieca obbedienza al leader, autoproclamatosi «il prescelto», in presunto contatto mistico con la "Madre Divina".
Rigida disciplina monastica, voti di obbedienza, deprivazione economica e risemantizzazione sanzionatoria
- In termini pratici, questo si traduceva in un annullamento dell'autonomia personale tramite:
- l'imposizione di ritmi di lavoro estenuanti e regole ferree (la disciplina monastica);
- la sottomissione assoluta e insindacabile alle direttive del leader (i voti di obbedienza);
- la devoluzione sistematica dei propri risparmi e beni al gruppo, che rendeva le vittime dipendenti e incapaci di allontanarsi (la deprivazione economica);
- infine, l'uso manipolatorio del linguaggio per giustificare gli abusi: violenze psicologiche e sessuali non venivano percepite come tali, ma venivano ribattezzate e imposte come necessarie "terapie purificatrici" o "depurazioni karmiche" (risemantizzazione sanzionatoria).
📌 Focus: Oltre il concetto di "plagio", la vera natura della sudditanza psicologica
Nelle cronache giudiziarie e nel dibattito pubblico si ricorre spesso, in modo sensazionalistico, ai termini "plagio" o "lavaggio del cervello" per spiegare l'adesione prolungata delle vittime ai gruppi coercitivi. Tuttavia, come evidenziato da Massimo Introvigne, dalla sociologia accademica e dal mondo giuridico, queste etichette sono non solo scientificamente infondate, ma anche fuorvianti.
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Il mito del "lavaggio del cervello" (o plagio) postula infatti l'esistenza di tecniche misteriose o quasi-ipnotiche capaci di azzerare istantaneamente e irresistibilmente il libero arbitrio di un individuo "sano", trasformandolo in un automa. Questa concezione è stata definitivamente respinta in Italia dalla Sentenza n. 96 del 1981 della Corte Costituzionale, che ha cancellato il reato di plagio (art. 603 c.p.) per la sua indeterminatezza e impossibilità di accertamento clinico-scientifico.
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Ad avviso di chi scrive, si può tuttavia sostenere la realtà della "sudditanza psicologica". Gli studi di settore dimostrano come l'assoggettamento non avviene mai per "magia" o per annullamento istantaneo della volontà, ma è il frutto di un processo sistematico, relazionale e graduale. La sudditanza psicologica si innesca facendo leva su preesistenti vulnerabilità della persona (lutti, crisi di senso, solitudine) e si consolida nel tempo attraverso tre leve:
1. il progressivo isolamento relazionale dal mondo esterno;
2. la rigida asimmetria informativa (il leader "sa tutto", non a caso è "il maestro", l'adepto nulla);
3. il sistematico innalzamento dei costi in uscita (exit costs).
In altre parole, la vittima non è "ipnotizzata", ma viene indotta a una condizione di dipendenza tale per cui l'abbandono del gruppo le appare come una prospettiva psicologicamente, affettivamente ed economicamente insostenibile, impensabile e — di fatto — più devastante della permanenza stessa.
Riferimenti bibliografici e sitografici essenziali:
- David G. Bromley - James T. Richardson, The Brainwashing/Deprogramming Controversy: Sociological, Psychological, Legal, and Historical Perspectives, Edwin Mellen Press, New York [USA] 1983.
- Massimo Introvigne, Il lavaggio del cervello: realtà o mito?, Elledici, Leumann (Torino) 2002.
- M. Introvigne, Brainwashing: Reality or Myth? Cambridge University Press, Cambridge [UK], 2022.
- M. Introvigne, Manipolazione mentale: perché introdurre un nuovo reato è un errore, Centro Studi Rosario Livatino, 2025.
- Legge contro la manipolazione mentale in Italia: perché no?, Bitter Winter, 2025 (intervista).
- Associazione Nazionale Magistrati (ANM) - Comitato Direttivo Centrale, Parere sul disegno di legge in materia di introduzione del reato di manipolazione mentale, 2025.
2. L'ermeneutica sociologica di Massimo Introvigne: credenze, reati e "fame di sacro"
Intervenuto direttamente sulle vicende di Almese (Torino) in un'intervista rilasciata al quotidiano La Valsusa, il sociologo delle religioni e direttore del CESNUR Massimo Introvigne ha formulato riflessioni di fondamentale caratura epistemologica, con inevitabili ricadute anche dal punto di vista giuridico. La prima precisazione di Introvigne riguarda il piano linguistico: il netto rifiuto del termine "setta". Espunto dal lessico della sociologia contemporanea a favore della formula neutra "nuovi movimenti religiosi o spirituali", questo vocabolo viene qualificato come uno strumento ambiguo e stigmatizzante, capace di innescare un automatismo inquisitorio nell'opinione pubblica, che confonde la devianza dalle norme e dallo "stile" culturale e religioso maggioritario con la commissione di illeciti penali.
Il cardine del pensiero di Introvigne risiede nella demarcazione tra la valutazione delle credenze e l'accertamento dei reati. In uno Stato di diritto, l'ordinamento non giudica la bizzarria o l'eterodossia dei convincimenti metafisici, religiosi o esoterici, che rientrano pienamente nella libertà di pensiero e di culto. Fatta salva la presunzione di innocenza sino alla condanna definitiva, la soglia dell'intervento statale si colloca esclusivamente nella repressione di condotte penalmente rilevanti: aggressioni fisiche o sessuali, truffe, estorsioni, maltrattamenti o coercizioni fisiche. Il processo penale deve dunque rimanere un accertamento probatorio di comportamenti lesivi, senza trasformarsi in un processo alle idee o alla dottrina.
Tale impostazione si salda con la decisa critica avanzata da Introvigne e dalla sociologia accademica verso le categorie di "plagio", "lavaggio del cervello" e "manipolazione mentale". Lo studioso, in molteplici contributi, evidenzia come la nozione di "lavaggio del cervello" e "manipolazione mentale" sia un costrutto privo di scientificità. Il concetto di "plagio" postula una presunta e inverificabile "distruzione della volontà" per via esclusivamente psicologica. La ricerca sociologica dimostra invece che la dipendenza si struttura non attraverso un'ipotetica coazione mentale irresistibile, ma mediante un processo sistematico per gradi, fondato sulla gestione strategica delle vulnerabilità affettive, sull'asimmetria informativa e sull'isolamento relazionale. Il Codice Penale italiano dispone già di tutti gli strumenti idonei a sanzionare la privazione della libertà personale, la circonvenzione di incapace, la truffa e gli abusi fisici o sessuali, senza la necessità di riesumare norme liberticide che concederebbero un'impropria discrezionalità giudiziaria sull'ortodossia del consenso e delle scelte individuali.
Infine, lo studioso individua la matrice socio-antropologica di questi fenomeni nella diffusa "fame di sacro" della società secolarizzata. Le persone non si avvicinano a culti o "forme del sacro" ritenute dai più "bizzarre" o addirittura pericolose a causa di un deficit intellettivo, ma in risposta a una domanda inappagata di senso, trascendenza, guarigione e comunità che le istituzioni tradizionali o la sfera pubblica lasciano spesso insoddisfatta. In momenti di solitudine o crisi esistenziale, la promessa di un'autorità carismatica in grado di offrire risposte assolute trova un terreno estremamente fertile. Su queste dinamiche e sulla complessa transizione verso il clima culturale contemporaneo, la "fame (o la sete) di sacro" e dimostrando come la post-modernità non conduca necessariamente all'annullamento della domanda spirituale, ma piuttosto determini una riconfigurazione radicale dei modi attraverso cui il sacro viene percepito e vissuto, mi permetto rimandare al volume, scritto a quattro mani dall'autore di questo contributo con lo stesso Massimo Introvigne, Chiesa, nuova religiosità e magia: una sfida e un'opportunità. Sacro post-moderno e nuova evangelizzazione (Il Settimanale di Padre Pio, Castelpetroso [Isernia] 2005), con diverse pagine dedicate anche al tema controverso del "lavaggio del cervello", cui abbiamo fatto cenno poco sopra.
3. Dinamiche sociologiche e fenomenologiche dell'assoggettamento
Le dinamiche emerse nel caso di Almese rispecchiano modelli comportamentali e strutturali ampiamente documentati dalla sociologia delle religioni nell'analisi delle comunità coercitive e dei gruppi cattolici di frangia. Come ho potuto evidenziare anche in uno studio monografico dedicato all'Associazione Roveto Ardente (Rivelazioni carismatiche, fondamentalismo e cattolicesimo di frangia: il caso dell'Associazione Roveto Ardente (A.R.A.), 2010), l'osservazione di questi contesti permette di delineare un quadro di riflessioni generali sulle modalità con cui si genera e si mantiene la dipendenza all'interno di un gruppo.
Senza instaurare sovrapposizioni o confronti diretti tra vicende che presentano specificità processuali e contestuali differenti, è possibile estrarre dai contesti specifici una serie di evidenze fenomenologiche che spiegano il funzionamento di questi aggregati e le ragioni della marcata tenuta del vincolo comunitario.
Anche in virtù di alcune considerazioni già espresse in questo contributo, valutando trasversalmente i contesti in cui si strutturano forme di dipendenza comunitaria, emergono cinque direttrici fondamentali che denotano la natura del vincolo tra leader e adepti. Andiamo di seguito ad analizzarle schematicamente.
1. La nascita della sudditanza psicologica per gradi - L'assoggettamento non si realizza attraverso un improvviso azzeramento della volontà, bensì tramite un processo progressivo di sudditanza psicologica. Questo percorso si articola su tre fattori convergenti: una marcata fragilità esistenziale o affettiva di partenza nell'individuo (lutti, disorientamento, solitudine...); una forte asimmetria conoscitiva e culturale rispetto ai vertici del gruppo; un isolamento sociale progressivo che erode gradualmente le reti relazionali esterne (famiglia, amicizie), sostituendole con un'omologazione comunitaria chiusa.
2. La legittimazione carismatica e profetica della guida - La figura del leader fonda il proprio ascendente su una trasfigurazione soprannaturale della propria autorità. Che si tratti dell'autodesignazione a "prescelto" in contatto con entità divine o della rivendicazione di carismi profetici e locuzioni interiori, la sorgente del comando viene collocata sul piano trascendente. In questo modo, ogni indicazione della guida diventa insindacabile, mentre il dubbio o il dissenso non vengono interpretati come legittima critica, ma colpevolizzati come deviazione morale, mancanza di fede o esposizione a contaminazioni spirituali e diaboliche.
3. La risemantizzazione delle pratiche e del linguaggio simbolico - Un elemento tipico dei contesti coercitivi è la capillare risemantizzazione del quotidiano e delle pratiche interne. Tratti sanzionatori, violenze o prevaricazioni vengono sistematicamente ridefiniti con categorie salvifiche: le punizioni fisiche o lesioni verbali diventano "strumenti di depurazione", mentre le condotte di abuso vengono qualificate come "terapie purificatrici". Allo stesso modo, pratiche fideistiche tradizionali (come la lettura casuale dei testi sacri o la meditazione) possono subire deviazioni in chiave divinatoria, trasformandosi in strumenti con cui la dirigenza determina scelte personali (anche matrimoniali) ed economiche dei singoli.
4. La risposta alla "fame di sacro" in contesti di vulnerabilità - Il successo e la persistenza dei gruppi autoritari non si spiegano con l'inganno meccanico, ma con la capacità di intercettare bisogni umani autentici. La "fame di sacro", la ricerca di appartenenza, il desiderio di cura e di orientamento morale trovano nelle strutture comunitarie risposte immediate, calde e totalizzanti, a fronte della percezione di freddezza o frammentazione della società contemporanea e pure delle istituzioni religiose tradizionali.
5. La nozione sociologica dei "costi in uscita" (exit costs) - La questione fondamentale sul perché le persone non abbandonino il gruppo pur in assenza di barriere fisiche trova spiegazione nella categoria sociologica degli exit costs (costi in uscita). L'abbandono della comunità comporta il pagamento di un prezzo altissimo, in termini peraltro non esclusivamente o solo parzialmente economici: la perdita di ingenti risorse patrimoniali e lavorative devolute nel tempo, l'azzeramento dei legami sociali costruiti all'interno e la drammatica ristrutturazione dell'identità personale con l'accettazione del fallimento del proprio progetto di vita. La leadership agisce innalzando costantemente la soglia di questi costi morali, pratici e affettivi, rendendo la defezione un passo estremamente difficile e complesso. Tanto più il gruppo è esclusivista, tanto più le relazioni sociali della persona appartenente al medesimo si riducono ai rapporti interpersonali con i leader e i membri dell’organizzazione. L’appartenente al gruppo può quindi pensare di uscire dallo stesso, ma si vedrà isolato rispetto al resto della società: spesso ha troncato i rapporti con amici, conoscenti e famigliari che non hanno aderito all’associazione e quindi sente tutta la difficoltà di riallacciare normali relazioni con essi, potrà appunto incontrare difficoltà di tipo materiale avendo rinunciato al lavoro o fatto scelte professionali non conformi in base alle logiche del gruppo e non di rado si troverà nella condizione di avere investito – magari con entusiasmo all’atto della donazione – con offerte e donazioni anche di rilevo, nelle attività del gruppo che poi pensa di lasciare. Tutti temi questi che appaiono non estranei, ma anzi familiarissimi nel contesto dei gruppi totalitari e coercitivi, che peraltro si pongono per l'aderente come l’unica e possibile realtà effettivamente vivibile dai membri, escludendo o leggendo in maniera critica e negativa qualunque realtà esterna (sul punto cfr. Raffaella Di Marzio, Nuove religioni e sette. La psicologia di fronte alle nuove forme di culto, Edizioni Scientifiche Ma.Gi., Roma 2010, in particolare pp. 25-72 e, della stessa autrice, “La relazione carismatica nei nuovi movimenti religiosi: attaccamento e paura dell'abbandono”, in Germano Rossi - Mario Aletti, Psicologia della religione e teoria dell'attaccamento, Aracne, Roma, 2009, pp.137-147).
4. Considerazioni conclusive
L'analisi delle vicende di cronaca recente, se letta attraverso la lente rigorosa della sociologia delle religioni, fornisce coordinate imprescindibili non solo per garantire un'informazione corretta, ma anche per orientare un'efficace azione culturale. In primo luogo, risulta fondamentale il superamento dei pregiudizi linguistici: l'abbandono di scorciatoie verbali o concettuali stigmatizzanti come "setta" o "plagio" costituisce la condizione preliminare per tutelare appieno sia le garanzie dello Stato di diritto sia le stesse vittime. È necessario infatti distinguere con fermezza e rigore tra la legittima libertà di professare convinzioni o fedi eterodosse e l'indispensabile dovere penale di perseguire i reati tipizzati contro la persona e il patrimonio.
Parallelamente, la comprensione approfondita dei meccanismi di dipendenza permette di cogliere come la sudditanza psicologica non nasca mai da una coazione istantanea o "magica", ma si strutturi progressivamente nel tempo attraverso il sistematico innalzamento degli exit costs (costi in uscita). Riconoscere che l'assoggettamento si costruisce per gradi è ciò che consente di comprendere la reale e complessa condizione di vulnerabilità in cui si trovano gli individui coinvolti, ponendo le basi per offrire loro strumenti di supporto legale, psicologico e sociale autenticamente efficaci.
Infine, sul piano della prevenzione e del discernimento culturale, occorre prendere atto che il proliferare di figure autoritarie e contesti coercitivi trova il suo nutrimento primario nei vuoti di senso, nella solitudine e nelle fragilità della società contemporanea. Per questa ragione, la risposta e il contrasto a tali fenomeni non possono essere delegati in modo esclusivo alle aule giudiziarie o all'intervento repressivo, ma esigono un rinnovato e corale impegno di accompagnamento educativo, spirituale e comunitario, indispensabile per promuovere una consapevolezza critica e tutelare sempre la dignità della persona.
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