Differenti, ma complementari: Safety e Security

Pubblicato il 26 marzo 2026 alle ore 00:33

Mentre nella lingua anglosassone safety e security hanno significati nettamente diversi, in italiano entrambi i termini vengono resi con l’unico vocabolo “sicurezza”. Notiamo infatti che nel linguaggio comune, spesso, i termini safety e security si sovrappongono fino a essere considerati quasi come sinonimi. In realtà, tra le due fattispecie, esiste una sottile, ma importantissima differenza

È certamente cosa buona distinguere in termini generali due profili operativi di prevenzione: safety e security. Non a caso, in tal senso si articolano la normativa e le prassi da essa derivanti.

Mentre nella lingua anglosassone safety security hanno significati nettamente diversi, in italiano entrambi i termini vengono resi con l’unico vocabolo “sicurezza”. Notiamo infatti che nel linguaggio comune, spesso, i termini safety e security si sovrappongono fino a essere considerati quasi come sinonimi. In realtà, tra le due fattispecie, esiste una sottile, ma importantissima differenza [1].

In generale:

  • la security è l’insieme delle misure adottate per prevenire atti intenzionali e per proteggere la proprietà e le persone dalle conseguenze di tali atti, è il caso di furti, aggressioni, atti terroristici;

  • la safety, invece, è l’insieme delle misure adottate per proteggere la proprietà e le persone da eventuali incidenti, infortuni, disastri naturali, malattie. È questa, di fatto, l’accezione cui fa riferimento l’ambito disciplinare della sicurezza nei contesti lavorativi e nelle organizzazioni.

La differenza tra safety e security è rintracciabile, quindi, in riferimento alla responsabilità individuale che sta all’origine dell’atto e che impone misure preventive o protettive.

Il discrimine tra safety e security è, dunque, l’intenzione, che in termini giuridici è qualificata con il concetto di “dolo”. Esso è definibile come «il criterio di imputazione soggettiva per i reati, che si ha quando il responsabile del fatto criminoso agisce con coscienza e volontà, ovvero si rappresenta e realizza l’evento voluto» [2]. Infatti, trattando dell’«elemento psicologico del reato», l’articolo 43 del Codice Penale così precisa: «Il delitto: è doloso, o secondo l’intenzione, quando l’evento dannoso o pericoloso, che è il risultato dell’azione od omissione e da cui la legge fa dipendere l’esistenza del delitto, è dall’agente preveduto e voluto come conseguenza della propria azione od omissione; è preterintenzionale, o oltre l’intenzione, quando dall’azione od omissione deriva un evento dannoso o pericoloso più grave di quello voluto dall’agente; è colposo, o contro l’intenzione, quando l’evento, anche se preveduto, non è voluto dall’agente e si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia, ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline» [3].

Dunque, non appena c’è un’intenzione malevola, una reale intenzione di nuocere, il rischio e l’eventuale danno ricadono nella sfera della security. Si tratta quindi di combattere azioni, premeditate, spontanee o deliberate, che hanno l’intenzione di nuocere, perciò la security si concentra sulla prevenzione e il contrasto di atti dannosi, ostacolando, contrastando e combattendo azioni, spontanee o deliberate, che hanno appunto l’intenzione di nuocere. Fabio Garzia, ingegnere e docente in differenti materie riguardanti la security nel corso di Laurea Magistrale in Ingegneria della Sicurezza e Protezione Civile dell’Università di Roma La Sapienza, afferma: «Un buon sistema di security è quel sistema che, a parità di costi, riesce a raggiungere il massimo livello di sicurezza e di affidabilità possibile, riducendo al minimo il rischio residuo» [4].

La safety designa, invece, tutti i mezzi di prevenzione e di intervento contro i rischi accidentali che possono arrecare danno a persone e cose, ma la cui origine è sempre involontaria. Esempi: calamità naturali, infortuni, incidenti vari, di cui il più noto e stimato a livello preventivo anche a fronte di una corposa normativa sul punto è il rischio incendio [5], in questo caso naturalmente di carattere non doloso.

Il dirigente superiore della Polizia di Stato Carmelo Nicola Alioto, in un interessante contributo [6], introduce alcune particolari declinazioni del concetto di safety, applicando ai pubblici eventi alcuni studi nati nell’ambito dell’aviazione [7] e finalizzati a evitare il ripetersi degli incidenti arei accaduti in passato. La “safetyprescrittiva” è quella che deriva dalle prescrizioni e indicazioni necessariamente da applicare in quanto derivanti dalla normativa tecnica e finalizzate a garantire almeno i livelli minimi di sicurezza.

Passando a quella che talora è identificata come safety prestazionale” ovvero costituita dalle misure tecniche e organizzative da mettere in campo ‒, con l’espressione “safety reattiva” si indica l’approccio alla safety per cui, partendo dall’analisi approfondita di incidenti o inconvenienti gravi accaduti in passato, vengono individuate le cause dell’evento, sviluppando poi misure di safety con la finalità di ridurre al minimo le possibilità che le stesse cause si possano ripresentare.

Connessa alla safety reattiva è la “safety pro-attiva”, il cui sviluppo è pensato al fine di «sopperire alle mancanze della safety reattiva e cerca di prevenire gli eventi agendo prima che questi accadano» [8]. Lo scrittore, educatore e formatore Stephen R. Covey (1932-2012), divenuto celebre a livello internazionale per la sua pubblicazione, nel 1989, di The 7 Habits of Highly Effective People [9] introduce il tema della “pro-attività”. Essa rientra nel campo delle “abitudini” e non delle “regole”, poiché queste ultime implicano un’imposizione, mentre l’abitudine presuppone prima un convincimento della bontà di quanto proposto, e poi l’applicazione costante nella propria quotidianità. L’espressione “higly effective people” del titolo del volume viene solitamente tradotta in italiano con “persone di successo”, ma letteralmente vuol dire “persone molto efficaci”. Proprio il termine “efficace” costituisce una parola chiave, che indica un certo modo di vivere e agire. Significa, infatti, ottenere risultati in linea con i propri obiettivi e le sette abitudini proposte dall’autore costituiscono il metodo, cioè un percorso che consente di incrementare la propria capacità di raggiungere gli obiettivi personali e professionali che ci si pone. La prima di queste sette abitudini è rappresentata dall’espressione “Be Proactive”, ovvero essere pro-attivi. “Pro” è un prefisso che indica anteriorità, nello spazio e nel tempo. Essere pro-attivi significa, dunque, agire prima. Per Covey, vuol dire in sostanza assumersi la responsabilità della propria vita, ovvero imparare a riconoscere che tutto è diretta conseguenza delle proprie azioni, e che la propria vita non è governata dal fato, ma che ognuno è responsabile di successi e insuccessi. Le persone pro-attive sono, dunque, consapevoli di essere al centro delle proprie decisioni e non trovano qualcuno con cui prendersela se le cose non vanno nel verso giusto. L’ambiente esterno conta, certamente, ma nel senso che fornisce elementi a cui la persona pro-attiva risponde. Certo, bisogna essere consapevoli che non si può agire su tutto. Per questo, essere pro-attivi vuol dire anche essere capaci di selezionare ciò su cui spendere le proprie energie e il proprio tempo. La persona pro-attiva è portata quindi a ragionare sempre tatticamente, preventivamente e in ottica strategica nella vita e ciò la aiuta certamente ad affrontare al meglio anche le situazioni più difficili e complesse che possono riguardare ambiti di crisi, emergenziali e incidentali. L’atteggiamento pro-attivo, quindi, è sinteticamente definibile come l’iniziativa e il senso di responsabilità necessari per far sì che le cose accadano, in quanto essere pro-attivi significa avere un atteggiamento tale da intervenire in anticipo al fine di prevenire problemi e situazioni critiche future.

La pro-attività si differenzia dalla reattività, in quanto quest’ultima si basa su un approccio che presuppone che la minaccia che il pericolo diventi reale sia andata a buon fine e, quindi, lavora a uno step successivo, reagendo al danno. Infatti, la reattività è definibile come la capacità di una persona, un sistema o di un processo di rispondere rapidamente a un cambiamento o a una richiesta. La pro-attività, per quanto si basi sulla previsione e prevenzione del rischio e quindi cerchi di far sì che esso non diventi concreto, nella malaugurata ipotesi in cui questo si verifichi, crea la condizione pregressa affinché la risposta volta alla mitigazione e riduzione del rischio stesso sia pronta, rapida, efficace e immediata. Proprio per questo la pro-attività appare consistere nel corretto atteggiamento personale, ma di fatto anche comunitario, atto ad incarnare un’idea idonea di prevenzione e crea le condizioni affinché l’eventuale passaggio alla fase reattiva produca risultati realmente efficaci nella logica della gestione e riduzione del rischio. In effetti, lo stesso Alioto nota che: «Analizzando il significato di “proattivo”, sul dizionario possiamo trovare varie definizioni. Nella definizione fornita dal dizionario si può notare l’utilizzo del termine “percepire”, indice di un’azione di tipo “sensoriale”, un’azione che non può essere eseguita da una macchina o prevista da una normativa tecnica (safetyprescrittiva); è evidente, quindi, che la safety proattiva possa esistere solamente grazie all’intervento umano come parte attiva all’interno dei processi o meglio come soggetto deputato ad interrompere la catena di eventi che può portare ad un inconveniente grave, dopo molti minori precedenti, o, peggio ancora, ad un incidente. Nella safety proattiva l’attenzione principale è rivolta a fare in modo che tutti i processi vadano a buon fine, mettendo in atto dei comportamenti tali da poter valutare preventivamente se il sistema presenta punti deboli. In ambito ordine pubblico queste buone prassi preventive risultano essere molto efficaci per prevenire problematiche alla incolumità della persone» [10].

 

Note

[1] Cfr. Massimo Affronte, Safety & security. Tutto quello che c’è da sapere sulla sicurezza, Gruppo Albatros Il Filo, Roma 2023.

[2] Voce “Dolo (diritto penale)”, in Dizionario giuridico Brocardi, disponibile all’URL: www.brocardi.it/dizionario/5789.html.

[3] Codice Penale, disponibile sul sito della Gazzetta Ufficiale all’URL: www.gazzettaufficiale.it/sommario/codici/codicePenale, art. 43.

[4] Fabio Garzia, “Il ruolo dell’Ingegnere nel settore della security, in Io Roma. Rivista dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Roma, anno I, n. 3/2014, p. 63.

[5] Cfr. F. Garzia, idem, pp. 58-63.

[6] Cfr. Carmelo Nicola Alioto, “Pubbliche manifestazioni tra safety e security”, in Polizia Moderna. Mensile ufficiale della Polizia di Stato, Inserto, prima parte, 3 dicembre 2019, parzialmente disponibile all’URL abbreviato: tinyurl.com/mpsaahx9 e seconda parte, 10 gennaio 2020, parzialmente disponibile all’URL abbreviato: tinyurl.com/yun67638.

[7] Per un contributo sul punto in lingua italiana, cfr. Tenente Colonnello Massimo Paradisi, “Sicurezza del Volo Reattiva, Proattiva e Predittiva. 11 Analisi e prospettive strategiche”, in Rivista n. 335/2023, disponibile sul sito ufficiale dell'Aeronautica Militare italiana all’URL abbreviato: tinyurl.com/detrv9un.

[8] Cfr. C. N. Alioto, “Pubbliche manifestazioni tra safety e security”, cit., seconda parte, cit.

[9] Cfr. Stephen R. Covey, The 7 Habits of Highly Effective People, Free Press, Washington, D.C. (USA) 1989, tr, it.: Le 7 regole per avere successo, Franco Angeli, Milano 2021.

[10] Cfr. C. N. Alioto, ult. cit.