L’apporto delle scienze sociali nella valutazione dei rischi

Pubblicato il 31 marzo 2026 alle ore 11:28

Oltre l’approccio tecnocentrico: il risk management in una prospettiva olistica e interdisciplinare

Nell’inquadramento della gestione della sicurezza, o risk management, di qualunque ambito (sia safety che security) o contesto si tratti, non si può certamente prescindere dal concetto essenziale di “rischio”.

La concezione più comune e onnipresente nei contesti ove il Rischio (R) debba essere valutato ‒ in particolare, anche se non esclusivamente, nell’ambito della tutela della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro e nelle organizzazioni è quella data dalla relazione tra la Probabilità (P) che l’evento ha di verificarsi (Pericolo) e il Danno (D) associato allo stesso. In questa logica è adottata la seguente formula, che rende il rischio valutabile, oggettivo e quantificabile:

R = P x D.

Il Testo Unico Salute e Sicurezza sul Lavoro (TUSL) distingue in maniera sintetica e definisce opportunamente due dei tre concetti contenuti nella formula: «r) “pericolo”: proprietà o qualità intrinseca di un determinato fattore avente il potenziale di causare danni; s) “rischio”: probabilità di raggiungimento del livello potenziale di danno nelle condizioni di impiego o di esposizione» [1]. Il rischio è tuttavia descritto in maniera forse più chiara dalla Norma UNI 11230:2007 come la «Combinazione della probabilità di un evento dannoso e della entità delle sue conseguenze» [2] o, in maniera analoga, dalla UNI ISO 31000:2018 come «una combinazione di probabilità e le conseguenze del verificarsi del rischio stesso» [3]. La stessa Norma UNI 11230 aiuta anche nella definizione del concetto di danno, sempre in maniera sintetica, come: «Qualunque conseguenza negativa derivante dal verificarsi dell’evento». In altri termini, il danno rappresenta la gravità o “magnitudo”, mutuando gli esperti di sicurezza e valutazione del rischio un termine proprio della sismologia delle conseguenze che si verificano al concretizzarsi del pericolo. Naturalmente, nel contesto del TUSL, il danno è prevalentemente considerato come lesione fisica o danno alla salute, tuttavia il concetto si può estendere a tutta la tipologia dei rischi in tema di safety e security e a contesti operativi di riferimento variegati.

Il pericolo si configura così come una proprietà intrinseca alla situazione, all’oggetto, alla sostanza, all’ambiente, alla persona o al gruppo…, è esso stesso che, per le sue proprietà o caratteristiche, ha la capacità di causare un danno, cioè una conseguenza negativa. Il rischio invece è un concetto probabilistico: consiste infatti nella probabilità che accada un certo evento capace di causare, appunto, un danno. Pertanto, la nozione di rischio implica inscindibilmente l’esistenza di una sorgente di pericolo e delle possibilità che essa si trasformi o causi un danno.

Il concetto di rischio e le correlate nozioni di pericolo e danno concepiti nella logica suesposta della analisi o valutazione del rischio (risk analysis) rispondono a un paradigma realista, ovvero a una concezione di rischio oggettivo e quantificabile, misurabile in termini statistici. Tale fondamentale approccio di carattere ingegneristico la componente tecnico-quantitativa nella valutazione del rischio ha di fatto un’importanza cruciale, anche in una logica preventiva e di riduzione del rischio stesso è considerato tuttavia limitante in quanto “tecnocentrico”, come sottolinea l’antropologo Gianluca Ligi [4]. D’altra parte, scrive il sociologo specializzato nello studio delle catastrofi e dei traumi culturali Lorenzo Migliorati: «Il tema del rischio è relativamente poco frequentato dalle scienze sociali. Si tratta di un concetto che ha riscosso notevole fortuna in ambiti disciplinari tecnici, come l’ingegneria o l’economia, ma che, per lungo tempo, ha mancato di produrre una riflessione esaustiva sulle proprie strutture culturali di fondo e sul proprio statuto epistemologico, specie in riferimento alle dinamiche sociali cui si accompagna» [5].

Da quando infatti le scienze sociali­, intorno agli anni 1970, hanno iniziato a occuparsi in maniera sistematica dei temi del rischio, della prevenzione e della gestione dell’emergenza, gli studiosi (fra cui, peraltro, numerosi ingegneri della sicurezza ed esperti in discipline tecniche) notano che l’approccio, appunto, unicamente “tecnocentrico” va certamente integrato alcuni studiosi vorrebbero venisse sostituito, tuttavia a parere di chi scrive la componente tecnico-quantitativa nella valutazione del rischio ha comunque un’importanza cruciale anche in una logica preventiva e di riduzione del rischio stesso ‒ con il modello interpretativo della cosiddetta cultural theory. Essa introduce l’idea che riferimenti culturali differenti e diversi approcci di fiducia verso le istituzioni possano produrre percezioni diverse dello stesso rischio e quindi modalità di comportamento sociale disparate.

Questo approccio rende evidente come gli aspetti socio-culturali siano un fattore fondamentale nel contesto di un disastro, sia nella fase di accadimento del medesimo, che nelle fasi precedente e successiva. Lo studio delle variabili sociali nelle emergenze può così contribuire a una maggiore comprensione della logica dei disastri, anche in un’ottica preventiva e di mitigazione dei danni.

Attraverso l’apporto che le scienze sociali e psicologiche possono dare a un approccio di carattere prettamente tecnico e normativo, il concetto di rischio può essere così arricchito e ridefinito mediante il fattore importantissimo della determinazione circa la percezione sociale del fatto che un dato evento costituisca un pericolo, nonché la determinazione della percezione sociale delle probabilità che quello stesso evento si verifichi davvero [6]. Questo approccio rende evidente come gli aspetti socio-culturali e psicologici siano un fattore fondamentale nel contesto della valutazione del rischio. Lo studio delle variabili sociali può così contribuire a una maggiore comprensione della logica dei disastri e degli incidenti, anche e soprattutto in un’ottica preventiva e di mitigazione dei potenziali danni.

In questa prospettiva, per procedere nella classificazione e valutazione dei rischi, si rivelano utilissime le tre domande fondamentali messe a tema da B. John Garrick (1930-2020) e Stanley Kaplan (1931-2011), studiosi statunitensi ed esperti nello studio delle scienze dei rischi [7]:

  1. Che cosa può andare storto?

  2. Quali sono le probabilità che qualcosa possa andare storto?

  3. Se qualcosa va storto, quali sono le conseguenze?



Note

[1] Decreto Legislativo 9 aprile 2008, n.81 e s.m.i. - Testo Unico Salute e Sicurezza sul Lavoro (TUSL), disponibile in versione costantemente aggiornata sul sito dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro all’URL abbreviato: tinyurl.com/2p8jdzwd, articolo 2, commi r) e s).

[2] UNI - Ente Italiano di Normazione, Norma UNI 11230:2007 - Gestione del rischio - Vocabolario, 28 marzo 2007.

[3] UNI - Ente Italiano di Normazione, ISO - International Standards Organization, Norma UNI ISO 31000:2018, Gestione del rischio - Linee guida, 20 novembre 2018.

[4] Cfr. Gianluca Ligi, Antropologia dei disastri, Laterza, Roma-Bari 2018.

[5] Lorenzo Migliorati, Rischio, una parola pericolosa. Uno studio sulla funzione sociale del rischio, QuiEdit, Verona 2006, p. 7.

[6] Cfr., in questa prospettiva, Silvia Gherardi - Davide Nicolini - Francesca Odella, “Dal rischio alla sicurezza: il contributo sociologico alla costruzione di organizzazioni affidabili”, in Quaderni di Sociologia, n. 13, 1997, disponibile all’URL: journals.openedition.org/qds/1678 e Barbara Lucini, “Il rischio; definizioni sociali e contesto spaziale di sviluppo”, in Studi di Sociologia, anno 49, fascicolo 4, ottobre-dicembre 2011, Vita e Pensiero (Milano), pp. 405-426.

[7] Cfr. B. John Garrick (1930-2020) - Stanley Kaplan, “On The Quantitative Definition Of Risk”, in Risk Analysis, volume 1, n. 1, 1 gennaio 1981, pp. 11-27, disponibile all’URL abbreviato: tinyurl.com/5mepckba.

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