Marginalità e criminalità: tra sopravvivenza, selettività penale e responsabilità

Pubblicato il 17 settembre 2026 alle ore 17:19

Analisi della relazione tra grave marginalità sociale e risposta penale. Superando le riduzioni ideologiche, il contributo intreccia la sociologia della devianza con il realismo criminologico per comprendere l'interazione tra pressioni strutturali, agenzia individuale, meccanismi di selettività istituzionale e le relative implicazioni per le politiche pubbliche

Oltre le scorciatoie ideologiche

Quando si affronta il tema dell'intersezione tra povertà estrema e sistema giudiziario, il dibattito pubblico tende a incastrarsi in due scorciatoie: da un lato si nota una lettura esclusivamente punitiva, che riduce la micro-criminalità a una pura scelta individuale, da sanzionare con il mero inasprimento delle pene; dall'altro, una prospettiva "bonaria" rischia di azzerare la responsabilità personale, trasformando il reato in una semplice costruzione sociale.

La realtà empirica, tuttavia, ci mostra un quadro ben più complesso. Riconoscere il peso  delle disuguaglianze strutturali non significa cancellare la capacità di scelta (agency) del singolo, né tantomeno ignorare la materialità del danno subito dalle vittime.

 

Le tensioni strutturali e la selettività del controllo

Per comprendere le traiettorie che conducono l'individuo marginalizzato all'infrazione della norma, occorre combinare le lenti della sociologia e della criminologia. Nelle sue analisi sulla tensione anomica, Robert King Merton (1910-2003), nel saggio fondamentale Social theory and social structure, (The Free Press, Glencoe [USA] 1949, tr. it.: Teoria e struttura sociale, Il Mulino, Bologna, 1959), ha mostrato come lo scarto tra le mete culturali del successo economico e la cronica indisponibilità di mezzi legittimi spinga le fasce subalterne verso forme di adattamento deviatorie. Questo modello è stato integrato da Robert Agnew con la sua general strain theory (esposta in Pressures to deviate: a general strain theory of crime and delinquency, New York University Press, New York [USA] 1992), la quale chiarisce come lo stress cronico, la deprivazione materiale e l'impossibilità di raggiungere obiettivi valorizzati generino una pressione emotiva che facilita l'innesco di condotte illecite, pur senza annullare l'intenzionalità del singolo.

Allo stesso tempo, il sistema giudiziario non agisce come uno specchio neutrale della criminalità reale. Come teorizzato da Howard Saul Becker (1928-2023) in Outsiders: studies in the sociology of deviance (The Free Press, New York [USA] 1963, tr. it.: Outsiders. Saggi di sociologia della devianza, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1987) e da Dennis Chapman (1911-2003) in Sociology and the stereotype of the criminal (Tavistock Publications, Londra [Regno Unito]1968), tr it.: Lo stereotipo del criminale, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1971), i meccanismi di etichettamento e le agenzie di controllo colpiscono in modo sproporzionato chi occupa posizioni sociali svantaggiate. Tale dinamica è stata ulteriormente inasprita dalla "ritirata del welfare": Loïc Wacquant, nella monografia Punishing the poor: the neoliberal government of social insecurity (Duke University Press, Durham (USA) 2009, ed. originale: Punir les pauvres, Éditions Agone, Marsiglia [Francia], 2004. trad. it.: Punire i poveri. Il nuovo governo dell'insicurezza sociale, DeriveApprodi, Roma, 2006), descrive la progressiva sostituzione dello "Stato sociale" con uno "Stato penale" che gestisce la marginalità prevalentemente attraverso logiche di contenimento e ordine pubblico.

Tuttavia, evitare il determinismo richiede di accogliere la lezione del realismo criminologico formulata da John Lea e Jock Young (1942-2013) in What is to be done about law and order? (Penguin Books, Harmondsworth [Regno Unito] 1984): la micro-criminalità di strada non è un'illusione ottica, ma una realtà concreta la cui vittimizzazione ricade in primo luogo sui ceti più deboli, rendendo la sicurezza urbana un vero e proprio diritto sociale.

 

La trappola della visibilità e lo stigma del casellario

Chi vive in condizioni di povertà estrema manca di un ambito privato e protetto. Questa costante permanenza nello spazio pubblico trasforma sia le strategie quotidiane di sussistenza - dalle occupazioni di fortuna all'accattonaggio - sia gli eventuali reati predatori in condotte ad altissima visibilità. Ne consegue un fenomeno di over-policing che incrementa artificialmente i tassi di identificazione e arresto dei soggetti marginali rispetto a illeciti di pari o maggiore gravità commessi al chiuso da chi dispone di risorse materiali.

Quando l'impatto con la giustizia si formalizza, la condanna si trasforma in uno stigma istituzionalizzato. Il precedente penale molte volte sbarra l'accesso al mercato del lavoro formale, limita la fruizione dell'edilizia residenziale pubblica e preclude l'ottenimento di determinate misure di sostegno al reddito. Di fronte a simili barriere normative e sociali, le scelte del singolo vengono drammaticamente instradate verso l'economia informale o criminale come unica opzione di sopravvivenza, alimentando la catena della recidiva.

 

Costruire risposte fondate sulle evidenze

Uscire da questo circuito richiede di orientare le politiche pubbliche secondo i principi dell'evidence-based criminology. La mera reclusione repressiva non abbatte i tassi di reiterazione dei reati, così come l'assenza di risposte istituzionali abbandona i contesti urbani più fragili alla delinquenza.

La certezza del diritto e il rispetto delle norme devono camminare di pari passo con interventi socio-strutturali decisivi: l'adozione di modelli di inserimento abitativo diretto come l'housing first, il potenziamento dei presidi socio-sanitari per la gestione delle dipendenze e la rimozione di alcuni dei vincoli normativi che impediscono a chi ha scontato la pena di reinserirsi nel tessuto socio-economico. Soltanto tenendo insieme la responsabilizzazione individuale, la sicurezza dei cittadini e la tutela dei diritti sociali è possibile spezzare il legame che rischia di trasformare la deprivazione economica in un destino penale a vita.

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