Una precisazione e distinzione operativa assolutamente opportuna da introdurre è quella che intercorre fra emergenza ed urgenza, per quanto i due termini siano fra loro connessi. Tale distinzione è particolarmente chiara in ambito sanitario, ma si rivela utilissima in tutti gli altri ambiti, anche di carattere prettamente sociale
Con il vocabolo “emergenza”, in termini generali e nel linguaggio quotidiano, si intende indicare un’improvvisa difficoltà, una situazione subitanea che impone di intervenire rapidamente, una circostanza imprevista.
Il giurista Alessandro Pizzorusso (1931-2015), nell’Enciclopedia delle scienze sociali Treccani afferma: «Nell’ambito delle scienze sociali il termine “emergenza” (emergency, urgence, ecc.) è impiegato ‒ in un significato non necessariamente tecnico ‒ per indicare le situazioni improvvise di difficoltà o di pericolo, a carattere tendenzialmente transitorio (anche se non sempre di breve durata), le quali comportano una crisi di funzionamento delle istituzioni operanti nell’ambito di una determinata compagine sociale» [1].
Nella letteratura specializzata esistono alcuni sinonimi di “emergenza”: “disastro”, “catastrofe”, “crisi”. Il termine “emergenza” pare essere una preferenza degli studiosi italiani di scienze sociali, mentre i colleghi americani, a lungo pionieri nello studio, hanno usato generalmente la parola “disastro”.
Solitamente, si fa quindi riferimento in maniera prevalente alle emergenze che coinvolgono vaste fasce di popolazione (le cosiddette “maxi- emergenze”) o che si riferiscono ad eventi oggettivamente di forte impatto e intensità, tali da coinvolgere infrastrutture, sistemi di comunicazione, equilibri del tessuto sociale.
Certamente, i disastri e le emergenze intesi nell’ambito che riguarda almeno una comunità di individui, rientrano nella categoria dei fenomeni inquadrabili nelle situazioni di stress collettivo e, come tali, si caratterizzano per peculiarità e specificità sia nelle loro caratteristiche oggettive, sia nelle loro conseguenze. Tuttavia, è opinione di chi scrive che il termine “emergenza”, nella sua stessa accezione ‒ che rimanda, come abbiamo già accennato, a una improvvisa difficoltà, una situazione subitanea che impone di intervenire rapidamente, una circostanza imprevista ‒ possa essere pienamente applicato anche a eventi, “disastri” o “crisi” individuali, ovvero che riguardano ambiti minimali di persone. Alcune dinamiche differenziano certamente e innegabilmente l’emergenza su vasta scala rispetto a quella individuale, in primis la lettura che dell’evento stesso è attribuita a livello sociale e il suo impatto sulla società, su cui da sempre disquisiscono gli studiosi. Tuttavia, oltre alle situazioni in cui l’emergenza è collettiva (terremoti, incendi, alluvioni, eventi bellici...), nelle quali ad essere traumatizzata è la collettività nel suo complesso e ad essere messo in crisi è il sistema sociale, ci sono anche emergenze individuali (aggressione, incidente stradale, scippo, stupro, incidenti vari, malattie gravi, situazioni di abbandono, solitudine o grave deprivazione...), in cui ad essere traumatizzata è la persona colpita e ad essere in crisi è il singolo individuo o poche persone. Per i soccorritori c’è una grande differenza fra queste tipologie di emergenza, ma per la “vittima” sono tutte ugualmente tragiche e sconvolgenti [2]. In altri termini, se i tragici eventi del tristemente noto 11 settembre 2001 hanno segnato la memoria collettiva in maniera indelebile, la singola vittima di un evento traumatico (quali uno scippo o un’aggressione, un abbandono, una difficoltà gravissima e improvvisa a cui non riesce a far fronte) vive in tale circostanza “il suo personale 11 settembre”.
Muoversi in questa logica significa sicuramente considerare, oltre al fattore dello stress collettivo, anche gli eventi che conducono allo stress individuale [3] ‒ fossero anche questi causati da disastri collettivi ‒ e includere nella logica dello studio delle emergenze anche gli aspetti psico-sociali e di psicologia dell’emergenza [4], in un approccio integrato e interdisciplinare. Fra l’altro, singoli episodi di emergenza individuale possono condurre ‒ a torto o a ragione ‒ a fenomeni di emergenza sociale. Si può considerare in tal caso, a titolo di esempio, la questione della sicurezza reale e percepita in contesto urbano [5]: un episodio di emergenza individuale può infatti condurre, anche in qualche modo a prescindere dai fatti stessi, a un’emergenza sociale e collettiva. E ciò rimanda alla logica per cui più che il fatto in quanto tale conta la percezione della minaccia di un’emergenza, che può sconvolgere la società tanto quanto un impatto reale.
Una precisazione e distinzione operativa assolutamente opportuna da introdurre è quella che intercorre fra emergenza ed urgenza, per quanto i due termini siano fra loro connessi. Tale distinzione è particolarmente chiara in ambito sanitario, ma si rivela utilissima anche in tutti gli altri ambiti, anche di carattere prettamente sociale. Ciò si rivela decisamente fondamentale nel contesto della gestione operativa di un servizio complesso quale quello del Pronto Intervento Sociale (PIS) [6].
In estrema sintesi, mutuando e riadattando concetti tratti dal sistema sanitario, possiamo ritenere che:
per emergenza si intende una situazione che pone la persona in uno stato di potenziale grave danno per la sua incolumità psico-fisica o in pericolo di sopravvivenza. Per tale motivo è richiesto e necessario un intervento immediato e improcrastinabile. Può manifestarsi in contesti di inadeguatezza grave, di violenza, di privazione o di allontanamento dal nucleo famigliare e in altri diversi casi;
l’urgenza esprime invece una necessità impellente o una condizione che, per determinati fattori, richiede di essere trattata con precedenza rispetto alle altre per evitare che la condizione stessa peggiori. Un’urgenza, dunque, se viene riconosciuta come tale, deve avere la precedenza rispetto ad altre situazioni perché, se non gestita, rischia di aggravarsi rapidamente e potenzialmente di trasformarsi in emergenza.
Note
[1] Alessandro Pizzorusso, Voce “Emergenza, stato di”, in Enciclopedia delle Scienze sociali, Treccani, 1993, disponibile all’URL: www.treccani.it/enciclopedia/stato-di-emergenza_%28Enciclopedia-delle-scienze-sociali%29/.
[2] Cfr. Croce Rossa Italiana, Aspetti psicologici nelle emergenze, disponibile all’URL abbreviato: tinyurl.com/32j34eed.
[3] In questa prospettiva, a carattere pratico e divulgativo: cfr. Chris McNab - Joanna Rabiger, Manuale di sicurezza personale. Urban survival, Mediterranee, Roma 2004.
[4] Cfr. Fabio Sbattella, Manuale di psicologia dell’emergenza, Franco Angeli, Milano 2020; Luca Pietrantoni - Gabriele Prati, Psicologia dell’emergenza, Il Mulino, Bologna 2009.
[5] Cfr. Stefano Padovano, La sicurezza urbana. Da concetto equivoco a inganno, Meltemi, Sesto San Giovanni (Milano) 2021.
[6] Cfr. Andrea Mirri, Emergenze, urgenze e servizio sociale. Teoria, metodologia e tecniche, Carocci. Roma 2018 e Annamaria Campanini - A. Mirri, Il servizio sociale d’urgenza. Gli interventi nelle emergenze personali e familiari, Carocci, Roma 2022.
Crea il tuo sito web con Webador