Dalla classificazione dei rischi di Protezione Civile alla dimensione psicologica del trauma: un’analisi multidisciplinare per inquadrare il ruolo del PIS come presidio fondamentale del welfare nelle situazioni di crisi individuale e collettiva
Secondo il giurista Alessandro Pizzorusso (1931-2015) «Una compiuta classificazione dei vari tipi di fattori che possono determinare situazioni di emergenza non è seriamente proponibile, anche perché l’evoluzione storica presenta continuamente nuove ipotesi di questo genere» [1]. Secondo il medesimo studioso, si possono però distinguere alcune principali macro-tipologie di emergenza, che di seguito riportiamo in maniera estremamente sintetica.
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Le situazioni di carattere bellico e anche le guerre civili, le rivolte o i colpi di stato all’interno di un Paese comportano sempre forti modificazioni all’assetto ordinario della vita sociale, e in particolare una serie di limitazioni dei diritti individuali di libertà.
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Le crisi economiche presentano, oltre a fattori qualificabili come economici in senso proprio (inflazione, disoccupazione, fallimenti imprenditoriali...), anche fattori di altro genere ‒ comunque connessi ai primi ‒ quali carestie, altre difficoltà di ordine sociale e conflitti di vario genere. I rimedi necessari per affrontare le crisi economiche non comportano generalmente limitazioni dei diritti civili, ma interventi mirati alla ristrutturazione del tessuto economico-sociale in crisi.
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Le catastrofi naturali, generalmente (e fortunatamente) hanno una portata limitata soltanto a una parte del territorio di uno Stato e richiedono pertanto provvedimenti circoscritti e volti in un primo tempo all’organizzazione dei soccorsi ai feriti, a chi è rimasto senza dimora e in, un secondo tempo, alla ricostruzione delle opere pubbliche, delle abitazioni e delle aziende. I disastri ecologici presentano la caratteristica di non essere, almeno normalmente, la conseguenza di un’attività intenzionale dell’uomo, ma non costituiscono neppure delle catastrofi naturali, anche se le forze della natura possono indubbiamente concorrere a determinarli (si pensi, ad esempio, alle conseguenze ambientali del naufragio di una petroliera a causa di un maremoto). Questa circostanza determina complessi problemi, non soltanto per quanto riguarda l’individuazione delle eventuali responsabilità, ma anche ai fini della valutazione dei tipi di interventi che i pubblici poteri possono o debbono realizzare in presenza di avvenimenti di questo genere o in vista della loro prevenzione. Sempre Pizzorusso afferma: «Di qui la necessità di prevedere il ricorso a poteri relativamente eccezionali, mediante i quali adottare le misure necessarie per evitare danni più gravi e per eliminare, per quanto è possibile, le conseguenze di quelli già prodottisi, quando i normali meccanismi della responsabilità civile risultino all’uopo inadeguati».
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Infine, le situazioni di emergenza connesse al fenomeno della criminalità organizzata richiedono prevalentemente misure di ordine pubblico, che si risolvono in modificazioni del regime delle libertà individuali e talora anche nell’introduzione di regole per l’accertamento dei reati. Fra le misure di questo genere sono anche da segnalare quelle relative ai detenuti e ai cosiddetti “pentiti”, cioè agli ex componenti delle organizzazioni criminali che se ne sono dissociati e, avendo accettato di testimoniare in giudizio hanno bisogno di protezione.
Se la classificazione di Pizzorusso, eminente giurista, si sofferma soprattutto sulle conseguenze legislative e modificazioni alla situazione ordinaria conseguente allo stato di emergenza, altre classificazioni si orientano ‒ pur mantenendo comunque uno stretto riferimento all’aspetto normativo ‒ in una logica di carattere più tecnico di interpretazione della fenomenologia dell’evento emergenziale, della gravità e dell’estensione territoriale della crisi.
Esattamente in questo senso si muove la fondamentale classificazione degli eventi emergenziali su cui si basa l’operatività di Protezione Civile in Italia (ma la validità della medesima classificazione è riferibile, naturalmente, anche a contesti sovranazionali), così come già catalogati dall’articolo 2 della Legge n. 225 del 24 febbraio 1992, classificazione in seguito riconfermata dal già citato Codice di Protezione Civile, all’articolo 7 [2]. Essa distingue fra tre fondamentali categorie di eventi emergenziali conseguenza di calamità di origine naturale o di origine antropica, ossia causati dall’attività umana. La tabella seguente schematizza tale classificazione, introducendo la definizione ‒ non presente nella normativa, ma in diversa letteratura specialistica ‒ che distingue fra incidente semplice, complesso e catastrofe.
Qualora si verifichino situazioni emergenziali potenzialmente di tipo C e quindi di rilievo nazionale, per ridurre i tempi di valutazione e velocizzare l’intervento, si utilizza un procedimento in due tempi: il primo passaggio prevede che, su richiesta della Regione coinvolta, il Dipartimento della Protezione Civile esegua una valutazione preliminare. Se la valutazione conferma effettivamente la sussistenza di un’emergenza di tipo C, il Consiglio dei Ministri delibera lo stato di emergenza e si può quindi immediatamente attivare la macchina dei soccorsi, con priorità riservata agli interventi più urgenti. Segue successivamente una ricognizione più accurata, che permette di identificare con maggiore precisione l’entità effettiva e reale dei danni e quindi quali interventi e risorse sono necessarie.
Parlando delle dichiarazioni dello stato di emergenza, gli eventi emergenziali classificati da Protezione Civile si rifanno a rischi causati da calamità di origine naturale o antropica, quali catastrofi naturali o di origine umana, sanitaria, tecnologica, incendi e vari. Più precisamente, tali rischi sono classificabili in nove categorie specifiche [3] che di seguito schematizziamo utilizzando ‒ per chiarezza espositiva ‒ ancora quale strumento di sintesi una tabella, in cui sono riportate le descrizioni offerte dallo stesso Dipartimento della Protezione Civile, con qualche modifica e integrazione.
Accanto alle classificazioni di orientamento giuridico o tecnico, fondate queste ultime sull’estensione territoriale degli eventi, nonché sull’inquadramento della loro gravità, una categoria direttamente correlata all’ambito delle scienze sociali e della psicologia dell’emergenza e pertanto ‒ come tale ‒ orientata anche alla prospettiva psico-sociale di quella che precedentemente abbiamo definito “emergenza individuale”, è quella di “emergenza psichica”. L’ambito dell’emergenza individuale amplia la categoria di emergenza, uscendo dalla considerazione della stessa come evento necessariamente collettivo.
Gli eventi in grado di determinare reazioni emotive di notevole portata sono molteplici: possiamo considerare come “evento critico” ogni situazione che generi nella persona un grave sconvolgimento e una grave preoccupazione. Potremmo, in tal senso, esemplificando e certamente non a titolo esaustivo, considerare come “critici”:
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il coinvolgimento in una catastrofe o disastro, indipendentemente dalle sue proporzioni;
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il ferimento proprio o di una persona cara a seguito di evento improvviso;
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il coinvolgimento in atti criminali, sia come vittima che come testimone diretto;
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un ricovero ospedaliero improvviso e imprevisto;
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la perdita improvvisa di una persona cara;
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un incidente d’auto;
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episodi di violenza fisica e/o sessuale.
La psicologia dell’emergenza ha perciò come finalità lo studio, la prevenzione e il trattamento dei processi psichici, delle emozioni dei comportamenti che si determinano prima, durante e dopo gli eventi critici [4]. Dunque, sono oggetto di studio e di intervento della psicologia dell’emergenza sia il singolo individuo (stress individuale) che la comunità colpita dall’evento traumatico (stress collettivo), con il fine di aiutare a prevenire o superare quei fenomeni psichici che si determinano a seguito di un evento traumatico.
Di fatto, l’attenzione all’uomo colpito da disastri, catastrofi, terremoti, genocidi, aggressioni e altro, è probabilmente sempre esistita. Si è quindi sempre prestato soccorso alla persona e alle persone colpite da una grave emergenza. Nella tradizione e talora ancor oggi nelle prassi previste dalle tecniche di soccorso, è però possibile rilevare un’attenzione quasi esclusiva per il corpo, cioè per le ferite fisiche della persona colpita da un’emergenza. Tuttavia, la dimensione psichica e psico-sociale è fondamentale, poiché un evento traumatico porta sempre con sé il rischio di una ferita psichica che nel tempo può risultare tanto grave quanto una ferita fisica, o anche più. Infatti, molte persone portano con sé, per tutta la vita, ferite psichiche e traumi frutto di situazioni di grave emergenza vissute e tanti rimangono travolti dagli eventi subiti con il cronicizzarsi delle ferite psichiche, le quali variamente conducono a reazioni di panico, disturbi post-traumatici da stress, depressione, disturbi ossessivi, reazioni psicotiche...
L’emergenza psichica può colpire tanto l’adulto quanto il bambino, il giovane o l’anziano, il soggetto caratterialmente più forte come il più debole. In altri termini, non si è mai abbastanza grandi né abbastanza forti per non essere esposti a rischio psichico, poiché le reazioni psichiche sono normali, è l’evento emergenziale in sé ‒proprio per sua natura ‒ a uscire dalla normalità e dall’ordinarietà.
Proprio per l’importanza che riveste, nella categorizzazione delle tipologie di emergenza è pertanto fondamentale includere la categoria dell’emergenza psichica, la quale, peraltro, permette un completamento in una logica globale e integrata della lettura della categoria stessa, portando l’attenzione ‒ in una prospettiva non solo sociale, ma psico-sociale ‒ sui fenomeni collettivi, ma anche sulle questioni di carattere individuale che si aprono quando si verifica una crisi, sia essa di portata sociale e comunitaria (maxi-emergenza), sia essa di carattere individuale o riguardante poche persone.
Dalla classificazione tecnica all'operatività sociale: il ruolo del Pronto Intervento Sociale (PIS)
La complessa tassonomia degli eventi emergenziali ‒ che si tratti di incidenti semplici di Tipo A o di catastrofi di rilievo nazionale di Tipo C ‒ non ha solo implicazioni logistiche o di ordine pubblico, ma definisce il perimetro d'azione del sistema di welfare. Se i nove rischi identificati dal Dipartimento della Protezione Civile (dal sismico al meteo-idrogeologico, fino al tecnologico) descrivono la natura della minaccia, è il Pronto Intervento Sociale (PIS) a farsi carico della "frattura umana" che ne consegue.
L’integrazione tra la macchina dei soccorsi tecnici e quella dei soccorsi sociali è l'unico modo per garantire che la gestione di una crisi non si limiti alla messa in sicurezza del territorio, ma si prenda cura della persona nella sua interezza. In questo senso, l'efficacia dell'intervento dipende da due fattori critici che ho analizzato nei miei precedenti contributi:
Il primo fattore è rappresentato dalla tempestività della diagnosi. In contesti di grande scala (eventi di Tipo B o C), saper operare una netta distinzione tra emergenza e urgenza sociale è vitale. Mentre la Protezione Civile gestisce lo scenario critico, il PIS deve saper discernere quali bisogni richiedano un'azione immediata di salvaguardia della vita e quali, pur urgenti, permettano una programmazione della risposta sociale.
Il secondo fattore determinante consiste nella struttura della risposta. Indipendentemente dalla causa dell'evento (sia esso un rischio naturale o antropico), il PIS si configura come il braccio operativo fondamentale per trasformare il caos dell'emergenza individuale o collettiva in un percorso strutturato di assistenza. Per un'analisi tecnica di come questo servizio si innesti nelle procedure di gestione delle crisi, rimando al mio approfondimento sulla gestione dell'emergenza nel Pronto Intervento Sociale.
Integrare la classificazione tecnica della Protezione Civile con la dimensione psico-sociale permette di passare da una visione del soccorso puramente "fisica" a una visione "globale", dove la ferita psichica e la marginalità sociale prodotta dal disastro trovano un primo e immediato argine operativo.
Note
[1] Alessandro Pizzorusso, voce “Emergenza, stato di”, in Enciclopedia delle Scienze sociali, Treccani, 1993, disponibile all’URL: www.treccani.it/enciclopedia/stato-di-emergenza_%28Enciclopedia-delle-scienze-sociali%29/.
[2] Cfr. Codice della Protezione Civile, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 17 del 22 gennaio 2018 ed entrato in vigore il 6 febbraio 2018, disponibile all’URL abbreviato: tinyurl.com/2p94xtak.. Esso porta a compimento il riordino della legislazione in tema di Protezione Civile, di fatto aggiornando la Legge n. 225 del 24 febbraio 1992 - Istituzione del Servizio Nazionale della Protezione Civile, disponibile all’URL abbreviato: tinyurl.com/4fy3csrh.
[3] Cfr. Codice di Protezione Civile, cit., articolo 16, commi 1 e 2 e Dipartimento della Protezione Civile, sito ufficiale, cit.
[4] Cfr., in prospettiva ampia, Fabio Sbattella, Manuale di psicologia dell’emergenza, Franco Angeli, Milano 2020 e Luca Pietrantoni - Gabriele Prati, Psicologia dell’emergenza, Il Mulino, Bologna 2009.
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