Il “tempo breve”

Pubblicato il 6 agosto 2026 alle ore 16:38

Dalla rivoluzione dello smartphone alla fine dei confini tra lavoro e vita privata: il prezzo psicologico della connessione perenne

Marco Niada, giornalista economico milanese, già nel 2010 introduce il concetto di “tempo breve” per descrivere la nostra epoca digitale, con le sue caratteristiche positive in termini di immediatezza, rapidità, globalità della comunicazione, ma anche con i rischi e le insidie ad essa intrinseci (cfr. Il tempo breve. Nell’era della frenesia: la fine della memoria e la morte dell’attenzione, Garzanti, Milano 2010; per una lettura in chiave sociologica e filosofica: cfr. Massimo Introvigne, Le domande dell’uomo. Filosofia per chi ha fretta, PassionEducativa, Benevento 2013 e “Il tempo breve di Marco Niada. La fine della memoria e la morte dell’attenzione).

Secondo Niada, la nuova rivoluzione non è tanto quella di Internet, ma quella dei telefoni cellulari di nuova generazione, i cosiddetti smartphone, che sono diventai ormai computer portatili in costante collegamento con il Web, la posta elettronica e ora i social network. Non senza umorismo, Niada descrive i manager che fissano costantemente il loro Blackberry (modelli oggi pressoché soppiantati commercialmente dai moderni smartphone), qualche volta – è successo davvero – facendosi travolgere dalle auto mentre attraversano la strada senza smettere di rispondere alle mail, e i politici che durante le conversazioni osservano i loro interlocutori con un occhio solo perché l’altro è rivolto al “telefono intelligente”. Quindi la vita, secondo il giornalista milanese, è radicalmente cambiata non tanto e non solo con l’avvento del Web, ma con quello prima del Blackberry e poi dell’iPhone e lo smartphone, che è per tutti e specialmente per i giovani. La divisione del tempo fra lavoro, festa, famiglia, studio, tempo libero, vacanza…, da questo punto di vista, è finita.

Tutti si aspettano che un giornalista o un imprenditore sia collegato alla posta elettronica e alle notizie diciotto ore al giorno – ma qualcuno è disposto ormai a farsi interrompere anche le ore di sonno – , e sarebbe inconcepibile che una persona che voglia farsi considerare affidabile non risponda a un messaggio entro qualche minuto o al massimo qualche ora, o che un giovane non sia più o meno sempre reperibile su WhatsApp, Instagram o, comunque, sullo smartphone. L’uomo che porta con sé lo smartphone come una protesi è diverso in un modo fondamentale dall’uomo di dieci o vent’anni prima.

Tutto ciò comporta certamente delle notevoli opportunità: gli smartphone, i social network, le reti sempre più veloci permettono una capillarità di informazioni, risolvono talora molti problemi e aiutano perfino a salvare delle vite.

Tuttavia, non sono esenti da problemi reali. Il primo è stato studiato da psicologi e psichiatri già da molti anni: il rischio di una dipendenza da Internet e dai cellulari che ricorda la dipendenza dalla droga e che isola chi ne è vittima, bambini compresi, dal mondo reale.

Il secondo problema è al centro dello studio sociologico e psicologico di Internet da molti anni: si tratta del cosiddetto information overload (sovraccarico d’informazioni), che causa frenesia, ovvero “il tempo breve”: tutto scorre velocemente, come i post di Facebook e Instagram. Grazie a (o per colpa di) Internet riceviamo più informazioni di quante siamo capaci di assorbire, vagliare e organizzare e alla fine si può entrare in crisi e, addirittura, rischiare di cadere in atteggiamenti patologici, per cui le informazioni iniziali e sommarie, anche su questioni di relativa importanza o necessità, non bastano più e la ricerca di ulteriori notizie viene percepita come un dovere e una necessità (cfr. Giuseppe Lavenia, Internet e le sue dipendenze. Dal coinvolgimento alla psicopatologia, Franco Angeli, Milano, 2012).

Inoltre assistiamo a una “crisi della memoria”: chi vive di Google e social network ha sempre meno memoria, perché è abituato a cercare le informazioni sul Web e non tra i propri ricordi e ciò può causare la “morte dell’attenzione”. Il nostro tempo di attenzione si assottiglia perciò sempre di più, e senza attenzione non può nascere la riflessione.

Come ricordava nel 2002 anche un attento lettore della nostra epoca globalizzata e digitalizzata, Papa Giovanni Paolo II (1920-2005), Internet e i social media ridefiniscono in modo radicale il rapporto psicologico e sociale di una persona con lo spazio, con il tempo e con i suoi simili. Attrae l’attenzione ciò che pare immediatamente utile e subito disponibile. Può venire a mancare lo stimolo a un pensiero e a una riflessione più profondi e critici, mentre da sempre gli esseri umani hanno un bisogno vitale e innato di tempo e di tranquillità interiore per ponderare, cercare di comprendere, esaminare la vita e i suoi misteri al fine di acquisire, in maniera graduale, una matura padronanza di sé e del mondo che li circonda (cfr. Messaggio per la XXXVI Giornata delle comunicazioni sociali,  12 maggio 2002).