Tra "ragione artificiale" e illusioni di massa: come gli algoritmi generativi stanno ridisegnando la sfera pubblica e il concetto stesso di verità
Le dinamiche descritte in precedenza si sono certamente acuite negli ultimi anni e mesi, laddove assistiamo all’abbondante utilizzo dei mezzi forniti dall’intelligenza artificiale generativa. Essa, in maniera massiva finisce per saturare i mediascapes (ovvero, i paesaggi o contesti mediali) con “contenuti sintetici”, di fatto portando all’eccesso il rischio che l’utente finale attui una confusione sistematica fra realtà e finzione.
Su questa perdita di aderenza al reale si sofferma la riflessione di Éric Sadin (cfr. Critica della ragione artificiale. Una difesa dell’umanità, tr. it., LUISS University Press, Roma 2019) sulla “ragione artificiale”. Nella visione del filosofo e scrittore francese, l’intelligenza artificiale ha fatto compiere all’umanità un salto antropologico pericoloso: se infatti prima i computer erano strumenti di conservazione ed elaborazione dei dati sotto l’input umano, oggi possiamo dire che sono passati, con l’avvento dell’intelligenza artificiale, da strumento descrittivo a prescrittivo: ci dicono cosa fare, cosa comprare, come gestire la salute.., privando l’umanità dal libero arbitrio e della sua capacità di giudizio. Dunque, secondo Sadin, delegare la produzione di linguaggio, immagini e simboli agli strumenti informatici, conduce alla “finzione perfetta” a una “alienazione cognitiva”, esautorando la facoltà di giudizio umana.
Dobbiamo notare che le teorie di Sadin sono oggetto di critica da parte di sociologi, filosofi e tecnologi contemporanei in quanto accusate, fra l’altro, di essere estremiste e di condurre a una visione di determinismo tecnologico, dove l’umanità si configura come una massa totalmente passiva e incapace di reagire. Tuttavia, hanno certamente il pregio di puntare in maniera critica l’attenzione sulle effettive distorsioni comunicative che i sistemi di intelligenza artificiale possono generare, così come sottolinea lo storico e filosofo israeliano Yuval Noah Harari (cfr. Breve storia delle reti di informazione dall’età della pietra all’IA, tr. it. Bompiani, Milano, 2024), notando come l’intelligenza artificiale sia la prima tecnologia della storia in grado di prendere decisioni e generare autonomamente quelle che lui definisce “illusioni intersoggettive di massa”, ovvero storie, miti o narrazioni alterate o, comunque, non aderenti alla realtà fattuale.
Non a caso, il coreano Byung-Chul Han (cfr. Le nostre vite manipolate dalla rete, Einaudi, Torino 2023), anche lui filosofo e sociologo, considerato uno dei più acuti analisti della società digitale, analizzando come la digitalizzazione stia trasformando la sfera pubblica e la politica, spiega che oggigiorno non viviamo più nell’epoca delle vecchie ideologie o della censura, ma nell’epoca di un altro regime: quello dell’informazione. Tuttavia, Han nota come i flussi informativi immessi nei social media si sgancino dalla realtà fattuale, dato che le innumervevoli informazioni generate dai sistemi di intelligenza artificiale, caratterizzate anche dall’estrema sinteticità dei loro contenuti, siano immessi in un flusso che sfreccia troppo rapidamente per essere verificato in maniera concreta. In questo contesto, la distinzione tra vero e falso perde significato, poiché a contare è lo stimolo emotivo e la viralità, non la realtà fattuale.
La sfida che l’intelligenza artificiale generativa ci impone non è quindi solo tecnologica, ma profondamente antropologica. Di fronte a sistemi che prescrivono comportamenti, fabbricano miti e saturano i media con flussi emotivi ultra-rapidi, la nostra unica difesa rimane il recupero attivo dello spirito critico. Non si tratta di rifiutare il progresso, ma di rivendicare il diritto a rallentare, affrontando attivamente e non accettando passivamente la dinamica del "tempo breve": un atto necessario per recuperare le capacità di riflessione a ragionamento, verificare le fonti, pretendere la verità e riappropriarci della nostra capacità di giudizio. Solo riprendendo il controllo della narrazione potremo evitare che la "finzione perfetta" diventi l'unica realtà in cui sappiamo vivere.
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